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Francesca: il mio anno all'estero in Corea

Francesca: il mio anno all'estero in Corea

Francesca è tornata dalla Corea da pochi mesi e in questo articolo ci racconta la sua esperienza, dal momento in cui ha preso la decisione di partire fino al ritorno in Italia. Francesca è tornata dalla Corea da pochi mesi, ma un pezzo di cuore l'ha lasciato lì.

"Io? Fare l'anno all'estero? Non se ne parla!". Era questa la risposta che davo a mio fratello quando frequentavo la scuola media e lui mi spronava a prendere in considerazione quest'esperienza. Chi l'avrebbe mai detto che 4 anni dopo mi sarei ritrovata a novemila chilometri di distanza da casa, in un'altra famiglia, in un altro continente? 

Parto dal presupposto che sono sempre stata una ragazzina appassionata alle altre culture e, fin da piccola, rimanevo incantata a sentire le persone straniere parlare. In particolare, fissavo stupita la comunità asiatica del mio piccolo paesino in una provincia della Puglia, ma non mi sono mai accorta di essere affascinata dalla cultura asiatica fin quando non mi sono imbattuta in quella coreana. Da quel momento mi si è accesa una lampadina! A 14 anni sognavo di visitare edifici simili a pagode, parlare una lingua dove l'alfabeto era composto da segni e mangiare riso come se fosse la nostra pasta. 

Questo per dire che l'idea dell'anno all'estero in Corea nasce dalla mia voglia di respirare aria nuova, diversa. 

Quando abbiamo iniziato a ricevere informazioni e pratiche da completare ancora non ero cosciente di ciò che stava succedendo.

Fra dubbi e paure, fu proprio papà a spingermi a scegliere la Corea. Eppure di solito sono i genitori che si preoccupano!

A 16 anni mi sono ritrovata ad avere a che fare con parole che non avrei mai pensato di ascoltare con così tanta attenzione: visto, passaporto... e soprattutto non avrei mai pensato di essere sommersa da così tante emozioni, speranze, sogni e documenti in così poco tempo. 

Con lo scoppio della pandemia di Coronavirus il mio sogno sembrava irrealizzabile, ma non ho mai smesso di sperarci. In realtà, non ho mai realizzato di esserci riuscita fin quando non sono ritornata in Italia alla fine della mia esperienza. 

Sono partita ad ottobre del 2020, e dopo due settimane di quarantena che mi sono sembrate infinite, sono stata accolta nella città chiamata Gyeongsan, proprio di fianco alla terza città più grande della Corea, Daegu. 

La mia famiglia ospitante, mamma, papà, e i due fratellini di 4 e 6 anni non vedevano l'ora di incontrami. La mia esperienza è stata anche arricchita della presenza in famiglia di un'altra studentessa tedesca, arrivata insieme a me. 

Durante il primo incontro eravamo tutti un po' impacciati, ma col tempo abbiamo imparato a conoscerci e a volerci bene come una famiglia, con alti e bassi. I fratellini fin da subito ci hanno trattato come se fossimo davvero le loro sorelle, chiamandoci addirittura Nuna (sorella maggiore) in coreano. Con la famiglia i momenti migliori erano quelli passati a tavola, davanti ad un piatto tipico coreano o italiano o tedesco, quando ci confrontavamo sulle differenze culturali o su qualcosa di divertente accaduto a scuola. Grazie a questa esperienza e ai miei fratellini ospitanti, ho anche imparato a relazionarmi al meglio con i bambini, cosa che non riuscivo a fare prima di partire.

E poi, il mio primo giorno di scuola. La mia scuola era piccolina e anche per loro, come per la mia famiglia, era la prima volta che accoglievano degli studenti internazionali.

Ho sentito fin da subito il calore dell'accoglienza. 

Certo, appena arrivata tremavo e per presentarmi ho dovuto fare dei gran lunghi respiri: avere tutti quegli occhi curiosi addosso mi imbarazzava. Suppongo che ai loro occhi sembravo quasi una figura mistica, per me invece ero un fagotto tozzo con una divisa scolastica che, ad essere sincera, faceva la sua figura. 

Col passare del tempo ho avuto la possibilità di farmi conoscere e far conoscere la mia Italia. Le domande sul mio Paese erano frequenti, dalle più strane alle più ingenue e semplici, come "Ma oltre la pasta e la pizza, cosa mangiate in Italia?"

Grazie alla mia partecipazione e entusiasmo, come dicono i miei insegnanti, sono riuscita a rendere più felice l'ambiente scolastico. Anche loro, d'altra parte, mi hanno aiutato in questo processo di crescita personale. Ho avuto la possibilità di studiare la lingua coreana in primis a scuola e di imparare tante cose nuove che mi hanno aperto un orizzonte ancora più vasto; inoltre, sono riuscita a costruire rapporti d'amicizia che dureranno per sempre.

La mia giornata iniziava in realtà molto prima dell'inizio delle lezioni. Mi svegliavo alle 5:30 del mattino, e alle 7:30 ero sul pullman diretto alla mia scuola. La mia scuola distava circa 15 minuti in macchina da casa, 30 in pullman. Le lezioni iniziavano alle 8:30 del mattino, ma alle 8:20 dovevamo essere già tutti in classe, pronti per il momento della preghiera, dato che la mia scuola era una scuola cristiana, e pronti ad ascoltare il discorso riguardante il corso della giornata da parte del nostro coordinatore. Le lezioni terminavano alle 16:20, con gli ultimi 10 minuti dedicati al saluto al coordinatore di classe. Il momento più bello era quello in cui ci inchinavamo tutti insieme al professore dicendo "Kamsahamnida", grazie in coreano. Un'altra particolarità della scuola coreana, che potrà sembrare strana all'inizio, è che a scuola bisogna usare le ciabattine. In realtà è più comodo di quanto si possa immaginare!

Tornavo a casa alle 17 e mi dedicavo principalmente a rivedere gli argomenti affrontati a lezione o a giocare con i miei fratellini. Mi piaceva anche fare compagnia alla mamma ospitante, parlando di vari argomenti, e mi dilettavo nel preparare con lei i piatti coreani. Le conversazioni con la mia mamma ospitante mi hanno insegnato molto, sia riguardo la Corea e la sua cultura, ma anche sulla vita in generale. La sera il papà ospitante arrivava tardi a casa e, se eravamo ancora sveglie, ci invitava a prendere un tè cinese con lui.  

Il tempo passava ma con esso si accumulavano i miei ricordi. 

Non dimenticherò mai quella volta in cui ho indossato il vestito tradizionale coreano e mi hanno fermato per chiedermi una foto dicendo che ero bellissima. Non dimenticherò neanche il fine settimana al tempio buddhista, con la mia migliore amica coreana, che mi ha portato ad una nuova consapevolezza di me e della mia vita. E neppure molte altre vicende e avventure vissute durante questi lunghi ma corti 10 mesi. 

Spesso si dice: "L'anno all'estero non è un anno in una vita, ma una vita in un anno". E non c'è frase più vera. Sono tornata in Italia a luglio del 2021 come una nuova me, come se fossi rinata. Insomma, la mi valigia non era solo piena di vestiti, ma di mille altre cose che solo chi si mette alla prova con quest’esperienza può capire.

Francesca, Exchange Student in Corea, 2020-2021

 

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